È il 29 settembre, e le Università europee celebrano la notte europea dei ricercatori. Nei Dipartimenti e nelle città italiane l’Accademia si mette in mostra e la produzione dei saperi finisce in vetrina con l’obiettivo di “avvicinare la ricerca e i ricercatori al pubblico, promuovere progetti di ricerca eccellenti in tutta Europa e oltre, aumentare l’interesse dei giovani per le carriere scientifiche e di ricerca, mostrare l’impatto del lavoro dei ricercatori sulla vita quotidiana delle persone”.
Quello che la vetrina nasconde, però, è la profonda precarietà di chi lavora nell’Accademia; nasconde che la retorica della meritocrazia usa l'eccellenza come pretesto per drenare risorse da alcuni atenei per premiarne altri, e così facendo legittima, ormai da anni, politiche universitarie a costo zero che alimentano la precarietà accademica. Quello che la vetrina nasconde è l’impatto che il lavoro precario ha sulla vita e la salute mentale di ricercatrici e ricercatori precari/e, per le/i quali la notte è lunga e nera, più nera della mezzanotte.
È una notte che dura da decenni, da quando la riforma Gelmini ha inaugurato una stagione di continui definanziamenti all’Università e di processi di precarizzazione della carriera accademica. Dal 2008 al 2020 il numero di ricercatrici e ricercatori a tempo indeterminato è calato di quasi il 65 % (Rapporto sull’università italiana, UNREST, 2021). Nell’Università – in maniera simile a quanto avviene nel settore privato – c’è un abuso di contratti a basso costo e di breve durata: oggi più del 55 % del personale docente e di ricerca è composto da docenti a contratto, assegnisti e ricercatrici e ricercatori a tempo determinato (dati USTAT MUR). Questo andamento riflette lo sfruttamento dei giovani post-doc – di età tra i 25 e i 40 anni, spesso con famiglie a carico. Le/i docenti a contratto tengono più corsi all’anno, insegnando anche in città diverse, per poter arrivare a fine mese. Assegniste/i, ricercatori e ricercatrici svolgono molte attività diverse tra loro e necessarie per i Dipartimenti ma con redditi bassi e un futuro del tutto incerto. Tutto ciò compromette anche la qualità della didattica.
Nell’agosto del 2022 il governo Draghi ha approvato – con la legge 79/2022 – una riforma a costo zero del percorso post-dottorato e del reclutamento, con interventi che non eliminano l’abuso di lavoro sottopagato e che non aiutano le università ad assumere con contratti di lavoro subordinato. Dietro alla riforma c’è una politica che ha deciso di delegare alle università e ad ‘enti terzi’ il suo ruolo: quello di finanziare e sostenere lo sviluppo e la crescita dell’università pubblica. La legge, quindi, fa promesse che non può né mantenere né attuare, evita la stabilizzazione del precariato storico universitario, stimola l’aziendalizzazione del settore universitario.
Dall’altra parte della vetrina del 29 settembre, il precariato universitario lavora affinché la notte passi. La piena applicazione della riforma del governo Draghi è stata prorogata fino a fine dicembre 2023. Ad oggi, però, è plausibile un’ulteriore proroga, perché oltre ad aver modificato il regime transitorio, il governo Meloni continua a disinteressarsi della questione e del futuro di lavoratori e lavoratrici precari/e. Oggi, come da più di un anno a questa parte, ReStrike continua a chiedere:
- l’aumento del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO),
- una sostanziale riduzione della quota premiale del Fondo, oggi al 30%,
- un miglioramento radicale del reclutamento ordinario,
- un piano di reclutamento straordinario di lavoratori e lavoratrici non strutturati/e.
Queste richieste sono in discussione anche con altre realtà del mondo accademico, tra cui associazioni studentesche, l’Associazione Nazionale Docenti Universitari, Associazione Dottorandi Italiani, la RETE29 APRILE.
Nella notte del 29 settembre, la notte europea dei ricercatori, noi ricercatrici e ricercatori precari/e non abbiamo niente da esporre in vetrina se non le nostre vite spezzate continuamente da una precarietà senza fine. Oggi riprendiamo parola e posizione e chiediamo a tutti i soggetti coinvolti e interessati di farlo: la ricerca non ha valore se non è frutto di un lavoro stabile e dignitoso.